Armamenti contaminati nella zona militare di Torre Veneri a Lecce. Ma non solo.

Roma -

Il 9 gennaio scorso la Commissione Parlamentare d’Inchiesta sull’Uranio Impoverito ha chiuso i lavori con una relazione definitiva.

Nel mare di Torre Veneri a Lecce sono presenti munizionamenti in uso ai carri armati italiani, i cosiddetti APFSDS (Armour-Piercing Fin-Stabilized Discarding Sabot), una tipologia di proiettile perforante, stabilizzato da alette, ad abbandono d’involucro con penetratore in uranio impoverito o in lega di tungsteno.

Nella relazione della Commissione si parla della sigli IMI che starebbe per "Israel Military Industries".

Si tratta di un lotto di proiettili acquistati nel 1985 dagli israeliani ed utilizzati dal nostro contingente in Somalia nel ’93 dai blindati Centauro, una partita di proiettili all’uranio impoverito.

I quantitativi rimanenti sarebbero rientrati in Italia per essere sottoposti a procedure di manutenzione nei depositi militari di Baiano di Spoleto (PG) e Marina di Bibbona (LI).

I documenti in mano agli inquirenti si è arricchito anche delle denuncie a firma di tre militari che hanno contratto il cancro dopo aver prestato servizio a Torre Veneri.

Materiale scottante per la Procura di Lecce che già sta indagando.

Ma non solo: noi riteniamo che anche il personale operante nei depositi di munizioni e sui veicoli blindati per le manuntenzioni debba conoscere quali garanzie sulle precauzioni sanitarie, in seguito al contatto con munizionamento radioattivo o materiale esplosivo e non esplosivo - materiali vari rientrati da missioni fuori area (zone a rischio) in container e sui mezzi militari, le autorità preposte hanno adottato.

Un argomento questo molto controverso sul quale gli operatori coinvolti devono prestare la massima attenzione.

 

 

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