La guerra sporca in Libia: retroscena inconfessabili, drammatici e comici dell'intervento democratico/affaristico della Nato a sostegno della rivoluzione.

Roma -

Francia mon amour. Il presidente Sarkozy, come è stato detto e ridetto in questi mesi, ha voluto aiutare gli insorti di Bengasi mosso da sincero spirito umanitario e democratico.

Chi parlava di affari, energia, petrolio era in malafede.

Peccato che durante la prima ondata di bombardamenti, quando in volo c'erano solo gli aerei di Parigi, siano state colpite e distrutte due raffinerie che avevano appena rinnovato un contratto di 25 anni con l'Italia.

Quando si dice il caso. Il governo italiano, anch'esso mosso da quei nobili sentimenti che lo hanno portato prima a difendere Gheddafi, poi a invocare la neutralità ed infine a buttarsi sul carro del probabile vincitore, ha provato a rispondere all'Eliseo organizzando, tramite i giornali di area e di famiglia, una campagna anti-francese.

Da Boffo a Fini finendo a Parigi. Tanto solo quello sanno fare. Mica vogliamo parlare di politica estera.

Le "frattinate". I diplomatici italiani, quando non devono essere diplomatici, ma ti possono parlare in privato, amano raccontare le "frattinate", ossia le sortite del nostro geniale ministro degli Esteri, considerato una macchietta.

Dopo aver rivelato ad Uno Mattina l'esistenza di una diplomazia segreta tra l'Italia e gli insorti (e quindi, visto che era segreta, perché raccontarla alle casalinghe che a quell'ora guardano la Tv?) il nostro, a metà maggio, ha provocato un serio incidente e ha messo a rischio gli italiani in Libia.

Infatti ha pensato bene di dire che Gheddafi aveva le ore contate. Ore contate? I ribelli di Bengasi, malfidati e fumantini, hanno pensato che l'Italia fosse in possesso di informazioni riservate che stava nascondendo.

Così si sono minacciosamente presentati davanti alle nostre sedi di rappresentanza di Bengasi. Non sono stati momenti piacevoli. Alla fine si è tutto risolto con la confessione di Frattini. La fonte della notizia sarebbe stata (ma sarà vero?) il vescovo di Tripoli, monsignor Martinelli.

Voci di terza mano diventate pompose dichiarazioni del titolare della Farnesina. Poi da metà maggio ad oggi, di ore ne deve aver contate parecchie Gheddafi.

Armi, divise e scarponi. Oltre ai famosi carichi di armi fatte arrivare agli insorti in più viaggi attraverso la Marina Militare (armi missili razzi scomparsi dalla Maddalena), per ingraziarsi i futuri governanti di Libia, il Governo ha mandato anche quattro container pieni di mimetiche, vecchi elmetti e anfibi.

Particolare ilarità e nello stesso tempo disappunto ha provocato il fatto che lo stock di scarponi militari fosse numero 47.

Così, a parte due o tre fortunati giganti, gli scarponi sono finiti in una grande buca poi ricoperta di sabbia.

La fonte italiana. Durante la prima fase del conflitto - e dopo aver cambiato cavallo - l'Italia pensava di avere un asso nella manica, rappresentato da un libico, tale Rami, che si era accreditato presso le nostre autorità, dipingendosi come persona molto autorevole tra i ribelli, tanto da poter diventare il capo dei servizi segreti della futura Libia democratica.

Rami in quel periodo ha fatto più volte la spola tra Bengasi e Roma ed è stato anche ricevuto in alto.

Successivamente, dopo la formazione del Cnt, si è capito che la carta vincente italiana non era poi così rappresentativa del fronte anti-gheddafiano, anzi molti non lo conoscevano. E chi lo conosceva non lo amava.

Il resto della storia non si può raccontare. Perché dopo non molto tempo Rami è stato ritrovato assassinato, il corpo legato, bruciato e le mani mozzate. Forse chi doveva capire l'ha capita.

Al Qaeda. Approfittando del caos che si è creato, molti libici già legati ai gruppi qaedisti del maghrab, sono tornati in patria, organizzando piccole cellule di 10-15 elementi, che al momento svolgono un'attività di predicazione e reclutamento, diffondendo il verbo salafita, declinato nella sua versione più estremista e violenta. Le cellule sono sparse a macchia di leopardo, mentre nella zona del confine libico-tunisino sembrano più presenti. C'è chi teme che nel futuro della Libia questo potrebbe essere uno dei problemi.

Le divisioni. Secondo molti analisti, una volta definitivamente sconfitto il nemico comune Gheddafi, non sarà facile per le tante anime che compongono il Cnt convivere. Tante, troppe sono le componenti. Senza contare il ruolo delle kabile.

La divisione principale è tra gli oppositori storici e i gheddafiani che hanno partecipato alle nefandezze del regime, salvo poi cambiare rotta. Due mondi che non si amano, anzi si odiano.

Potranno convivere persone che sono state torturate e imprigionate con Jalil, che da ministro della giustizia aveva le sue belle responsabilità? Per questo, mesi or sono, era stata ipotizzata la possibilità di ripristinare la dinastia del re Senoussi, che in qualche modo poteva risultare super partes e garantire quell'unità che potrebbe essere a rischio. L'ipotesi monarchica è stata liquidata. Il futuro della Libia è tutto da giocare.

(Gianni Cipriani www.globalist.ch)

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